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Il governo Pd-M5s ha mantenuto la sua prima promessa

La riduzione del numero dei parlamentari è stata al centro della polemica politica durante la crisi del primo governo Conte innescata da Salvini, con quest’ultimo che proponeva di approvarla subito per poi andare al voto.

Scongiurata l’ipotesi di nuove elezioni, con la nascita del secondo governo Conte, il tema è rimasto sul tavolo delle trattative tra Pd e M5s fin dall’inizio del secondo governo Conte. 

Il compromesso trovato, e inserito nel Programma di governo tra le forze politiche della nuova maggioranza, prevede che il taglio dei parlamentari venga calendarizzato in tempi rapidi e, contestualmente, venga avviato «un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale».

Con la calendarizzazione, avvenuta lo scorso 25 settembre, della riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600 – il 7 ottobre ci sarà la discussione e l’8 ottobre la votazione – si può quindi dire che sia stata mantenuta la prima promessa del nuovo governo.

Il taglio dei parlamentari

Di questa riduzione dei componenti delle due Camere si parla almeno dal 1983, quando la commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi incluse questa misura tra le sue proposte di riforma istituzionale.

Diversi tentativi sono stati fatti da allora (come, ad esempio, il passaggio da 315 a 100 senatori proposto dal governo Renzi all’interno della riforma costituzionale che mirava a superare il bicameralismo perfetto), concludendosi però sempre con un nulla di fatto. 

Il prossimo 7 ottobre, come anticipato, Montecitorio avvierà l’esame della proposta di legge sul taglio al numero dei parlamentari e l’8 ottobre si terrà il voto: sarà la quarta e, salvo sorprese, ultima votazione del provvedimento in Parlamento. 

Se la Camera approverà il testo di riforma costituzionale, infatti, il suo iter parlamentare sarà concluso e mancherà solo il referendum popolare confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione perché entri definitivamente in vigore.

Come si legge nel testo della riforma, che andrebbe a modificare gli articoli 56 e 57 della Costituzione, questa prevede «la riduzione del numero dei parlamentari: da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi». Quindi 230 deputati e 115 senatori in meno rispetto ai numeri attuali: 345 seggi parlamentari tagliati in totale.

Il taglio dei parlamentari porterebbe a una minor rappresentanza?

Una delle critiche più ricorrenti al taglio dei parlamentari, riguarda il fatto che questa riduzione porterebbe a una minor rappresentanza. 

Effettivamente, con la riduzione dei parlamentari prevista, il rapporto deputati/cittadini sarebbe 1 ogni 151 mila, il più alto dell’intera Unione europea (oggi, con 630 deputati, è invece di 1/96 mila). 

Dopo di noi di noi c’è la Spagna, con un rapporto di 1/133 mila, la Germania, con un deputato ogni 117 mila abitanti, la Francia, con un deputato ogni 116 mila abitanti, l’Olanda, con un deputato ogni 115 mila abitanti e il Regno Unito, con un deputato ogni 102 mila abitanti.

Tutti gli altri Stati hanno un rapporto deputati/abitanti inferiore a quello di 1/100 mila.

Ma…

In realtà, come abbiamo scritto in passato, questo conteggio è corretto ma non tiene conto di una particolarità dell’Italia rispetto alla quasi totalità degli altri Stati dell’Unione europea: il bicameralismo perfetto “all’italiana”.

L’Italia infatti è l’unico Paese dell’Unione europea– insieme alla Romania – ad avere due Camere elette a suffragio universale, che devono approvare in forma identica i testi di legge perché entrino in vigore (appunto il cosiddetto “bicameralismo perfetto”), e che devono entrambe dare il proprio voto di fiducia a un governo perché entri in carica (e basta la sfiducia di solo una delle due Camere perché il governo cada).

Dunque la differenza tra deputati e senatori è minimale in Italia (e in Romania), mentre è molto significativa negli altri Stati europei. Possiamo allora, per scontare questa peculiarità del sistema italiano, guardare alla rappresentanza come rapporto tra parlamentari eletti a suffragio universale che votano la fiducia al governo e cittadini. In questo modo conteggiamo sia i deputati che i senatori italiani, ma – ad esempio – solo i deputati britannici e non anche i Lords, o solo i deputati ma non i senatori tedeschi, francesi e olandesi.

Con 600 tra deputati e senatori, l’Italia risulta così avere un rapporto di 1 parlamentare (con le caratteristiche sopra descritte) ogni 101 mila abitanti, simile a quello del Regno Unito ma migliore di quelli di Germania, Francia e Olanda.

Il denaro risparmiato grazie al taglio 

Come abbiamo poi verificato in un recente articolo, il taglio di 345 parlamentari porterebbe al risparmio di circa 81,7 milioni di euro all’anno (817 milioni in dieci anni, mantenendo le attuali indennità e rimborsi spese). 

Il conteggio è stato fatto usando come base le spese complessive messe a bilancio per il triennio 2018-2020 da Camera e Senato. È però bene considerare questa stima a ribasso, dal momento che non tiene conto dei possibili risparmi su altre voci di spesa che sono influenzate dal numero dei parlamentari e non sono coperte dalle loro indennità e rimborsi.

In conclusione

Al 30 di settembre la promessa può considerarsi “mantenuta”, poiché nel Programma di governo Pd-M5s si parlava di inserimento «nel primo calendario utile della Camera dei deputati» della riduzione dei parlamentari, cosa che è effettivamente avvenuta.

 

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