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Il primo governo “populista” in Italia non ha mantenuto quasi 9 promesse su 10

Il primo esperimento di governo “populista” in Italia si presentò agli italiani con un programma molto ambizioso. L’alleanza tra Lega e Movimento 5 stelle dopo le elezioni del 2018 venne osservata con grande attenzione anche al di fuori dell’Italia, dato che si trattava della prima coalizione tra movimenti populisti a raggiungere il governo di un grande Paese occidentale. Giunta al termine in poco più di un anno, un’analisi di quanto effettivamente realizzato permette di concludere che solo poco più del 13 per cento delle loro promesse fatte agli elettori sono state mantenute. 

I 460 giorni di governo – dal giorno dell’insediamento (avvenuto il 1° giugno 2018) al passaggio di testimone al nuovo esecutivo (avvenuto il 5 settembre 2019) – non sono bastati a realizzare quasi l’87 per cento degli impegni sottoscritti dai due partiti di maggioranza.

Ma di quali promesse stiamo parlando? Pagella Politica ha analizzato nel dettaglio il testo del Contratto di Governo – firmato a maggio 2018 dai due leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio e posto alla base dell’azione del primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte – individuando 317 impegni monitorabili

Nella piattaforma online Traccia il Contratto è stata creata una scheda riassuntiva per ogni promessa, che spiega nel dettaglio in che cosa consiste l’impegno e tiene traccia dell’operato del governo a riguardo, dagli eventuali progressi fatti agli obiettivi raggiunti (o mancati). 

Alla fine dell’esperienza di governo Lega-M5s, il risultato è di 42 promesse mantenute (13,2 per cento); 162 promesse non mantenute (51,1 per cento), 103 mantenute in parte (32,5 per cento) e 10 compromesse (3,1 per cento, i casi in cui il governo ha fatto l’opposto di quanto sottoscritto nel Contratto).

Il progetto Traccia il Contratto non si è fermato con la caduta dell’esecutivo Conte I, ma cambiando nome in Traccia il Governo ora si sta occupando di monitorare le 148 promesse sottoscritte tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico nel nuovo programma di governo. 

Prima di passare in rassegna le principali promesse rispettate o meno, è importante mettere a fuoco le condizioni che hanno portato alla firma del Contratto di Governo, e perché è stato così importante per l’esecutivo Conte I. 

Come è nato il Contratto di Governo

Il 4 marzo 2018, in Italia si sono tenute le elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato, i due rami di cui si compone il Parlamento italiano.

I risultati di questa tornata elettorale hanno visto prevalere la coalizione di centrodestra con il 37 per cento dei voti, mentre al secondo posto, con il 32,7 per cento, si è piazzato il Movimento 5 stelle, e al terzo la coalizione di centrosinistra, con il 22,8 per cento.

Ma la legge elettorale con cui si sono svolte queste elezioni non ha permesso a nessuno dei partiti o delle coalizioni di ottenere una maggioranza per formare un governo in modo autonomo.

Si è resa così necessaria un’alleanza fra due partiti: la Lega di Matteo Salvini (che era stato il partito più votato all’interno della coalizione di centrodestra, con il 17,4 per cento dei voti totali) e il Movimento 5 stelle di Luigi di Maio. 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha quindi dato a Giuseppe Conte – indicato dal M5s – l’incarico di formare un nuovo governo, che ha giurato il 1° giugno 2019.

Il 18 maggio 2018, per dare una linea d’azione all’alleanza gialloverde, era stato sottoscritto un accordo, in cui inserire le diverse priorità dei due partiti. Questo accordo, il Contratto per il Governo del Cambiamento, che è stato sottoscritto dalle due parti a maggio 2018. 

Nel corso dei mesi successivi, entrambe le forze di governo hanno sottolineato più volte l’importanza di questo accordo, che avrebbe dovuto rappresentare il punto d’unione fra i due partiti e la base su cui realizzare un programma di riforme condiviso.

Promesse non mantenute

Quando il governo gialloverde non è stato di parola

Flat tax, salario minimo e taglio dei parlamentari: nonostante siano state a più riprese oggetto di annuncio da parte di Luigi Di Maio (Movimento 5 stelle) e Matteo Salvini (Lega), sono queste le tre principali misure promesse nel Contratto di governo a non essere state realizzate.

Anche diversi altri provvedimenti meno celebri, messi per iscritto nel documento firmato dai due leader di partito, non hanno visto la luce. Infatti, le promesse non mantenute costituiscono più del 50 per cento del totale: dall’introduzione di una seria politica per i rimpatri alla chiusura dei campi nomadi, dall’attuazione della Convenzione Onu per la disabilità alla velocizzazione dei progetti di bonifica dell’amianto.

Come spiega nel dettaglio Traccia il Contratto, tra le 317 promesse verificabili contenute nell’accordo tra Lega e M5s, sono 162 quelle a non essere state mantenute dal governo al 23 agosto 2019. In questa categoria sono considerate anche quelle promesse per cui è stata presentata in Parlamento una proposta di legge, ma il cui iter di discussione non è ancora iniziato.

Ma vediamo nel dettaglio quando l’esecutivo gialloverde non ha mantenuto la parola data.

Flat tax

Ad onor del vero, il Contratto di governo non prevedeva l’introduzione di una flat tax nel senso più stretto del termine, ma la creazione di un sistema fiscale a due aliquote fisse (una al 15 e l’altra al 20 per cento) per partite Iva, imprese e lavoratori dipendenti. Un sistema del genere fa sì che non si possa parlare propriamente di flat tax.

A prescindere da questa distinzione, il governo gialloverde non è stato in grado di mantenere la parola data sul fisco. A fine agosto 2019, infatti, la tassazione dei lavoratori dipendenti si basava ancora su 5 scaglioni Irpef, e quella delle imprese su un’aliquota del 24 per cento.

L’unico provvedimento preso per attuare la promessa del Contratto di governo è contenuto nella legge di Bilancio per il 2019. Infatti, con l’approvazione dell’ex legge finanziaria è stata prevista un’aliquota unica al 15 per cento per le partite Iva che hanno un reddito inferiore ai 65 mila euro all’anno (dal 2019) e una del 20 per cento per coloro che hanno un reddito tra i 65 mila e i 100 mila euro (dal 2020).

La misura riguarda quindi solamente una platea ristretta di lavoratori (le partite Iva) e non è, in realtà, una novità assoluta.

Salario minimo

Un salario minimo di 9 euro lordi orari: è questo il valore previsto dalla  proposta di legge sul salario minimo a firma della senatrice 5 stelle Nunzia Catalfo. Una misura che potrebbe cambiare profondamente il mercato del lavoro italiano, avvicinando la nostra economia a quella degli altri 22 Paesi europei che prevedono ad oggi un salario minimo.

A fine agosto 2019, con la caduta del governo Lega-M5s, in Italia non era stata ancora introdotta una soglia minima di retribuzione oraria. Al contrario, i minimi orari continuano a essere stabiliti di volta in volta dai contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl), che variano a seconda del settore lavorativo.

Nonostante Luigi Di Maio avesse più volte promesso la sua imminente introduzione, al 23 agosto 2019 il provvedimento sul salario minimo del M5s è fermo al Senato.¹

Taglio dei parlamentari

Tra tutte le promesse non mantenute, quella del taglio dei parlamentari è la misura su cui il governo è stato più vicino a realizzare i suoi obiettivi. Infatti, il provvedimento di riduzione dei membri del Parlamento ha ottenuto ben tre dei quattro voti necessari per essere approvato da Camera e Senato (prima di un eventuale referendum confermativo).

Inoltre, il taglio di 230 deputati e 115 senatori ha trovato l’appoggio anche di alcuni partiti dell’opposizione. Nonostante ciò, finito il governo M5s-Lega il provvedimento non era stato ancora approvato.²

Ricerca e università, le grandi assenti

Per quanto riguarda la ricerca, non sono stati raggiunti obiettivi come l’aumento delle risorse destinate alle università e agli enti di ricerca, il superamento della precarietà tra gli insegnanti e la redazione di un testo unico che raccolga tutte le regole riguardo la realtà universitaria.  

Banche e turismo

La maggior parte delle promesse firmate nel capitolo su banche e risparmio non hanno visto concreti passi in avanti. Non è infatti stata istituita una Banca per gli investimenti, né si è discusso di una ridefinizione del Banco Monte dei Paschi di Siena, né sono state soppresse norme che consentono azioni contro i cittadini debitori senza bisogno di ricorrere all’autorità giudiziaria.

Anche nel capitolo sul turismo sono molte le promesse non mantenute: ben otto su dieci. In questo ambito, l’impegno di abolire la tassa di soggiorno non è stato rispettato, così come quello di creare un ministero ad hoc e di introdurre una web tax turistica contro le agenzie di intermediazione online.

Promesse compromesse 

Dalle sanzioni russe alle tasse, quando il governo ha fatto il contrario di quanto promesso

Il governo «mantiene le promesse», ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 17 gennaio 2019, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto su reddito di cittadinanza e “quota 100”. 

Si sono in realtà verificati alcuni casi in cui gli impegni presi sono stati addirittura compromessi dalla maggioranza stessa. In dieci occasioni, infatti, Lega e M5s hanno fatto l’esatto opposto di quanto sottoscritto nel loro accordo, o hanno approvato provvedimenti che ne rendono più difficile la realizzazione.

Dalla diminuzione della pressione fiscale alla rimozione delle sanzioni alla Russia, vediamo alcune delle promesse su cui il governo si è rimangiato la parola data.

«VIA queste assurde sanzioni»!

«Spero di potere presto, dal governo, raccogliere l’appello del presidente di Confindustria Russia: VIA queste assurde sanzioni che stanno causando un danno incalcolabile all’economia italiana!», scriveva il 2 aprile 2018 su Twitter l’ormai ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, all’epoca ancora alla ricerca di un alleato con cui formare un esecutivo.

Su questo punto nel Contratto si leggeva che «è opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)».

A fine agosto 2019, dopo più di un anno in cui Salvini era stato ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio, le sanzioni non solo non erano state ritirate ma, nelle occasioni a sua disposizione in sede europea, il “governo del cambiamento” aveva sempre votato a favore della proroga.

Le tre giravolte sul fisco

La sezione del Contratto riguardante il fisco è quella con il numero più alto di promesse compromesse: tre su 21. Riguardano l’Iva, le accise sul carburante e la pressione fiscale.

Partiamo dall’Imposta sul valore aggiunto. L’esecutivo Conte I aveva ereditato dai precedenti governi le cosiddette “clausole di salvaguardia”. Queste, semplificando, prevedono che se entro la fine dell’anno non si trovano maggiori entrate o minori spese in altro modo, l’Iva aumenti “automaticamente” per rispettare l’equilibrio del bilancio statale secondo gli impegni presi con l’Europa.

Il Contratto di governo prevedeva che queste clausole venissero sterilizzate. Cosa che è effettivamente avvenuta per il 2019, con una copertura di circa 12 miliardi di euro stanziata con la legge di Bilancio. A sua volta, però, l’esecutivo ha introdotto nuove – e più pesanti – clausole di salvaguardia per i prossimi due anni, per un valore complessivo di circa 52 miliardi di euro.

Discorso analogo vale per le accise sulla benzina. Dopo che Lega e M5s avevano promesso di voler eliminare le componenti più «anacronistiche» di queste imposte, ne hanno di fatto stabilito un aumento. La legge di Bilancio per il 2019 ha sterilizzato l’aumento delle accise sui carburanti previsto per quest’anno, ma ha a sua volta incrementato le imposte su benzina e gasolio a partire dal 2020, da 350 milioni di euro a 400 milioni di euro.

Infine, nonostante la promessa di approvare una «riforma nell’ottica di una riduzione del livello di pressione fiscale», a fine agosto 2019 l’operato del Governo aveva portato a risultati compromettenti.

Ad aprile 2019, il Documento di Economia e Finanza (Def) ha stimato che la pressione fiscale aumenterà dal 42 per cento previsto per il 2019 fino al 42,7 per cento nel 2020 e nel 2021, per poi riscendere nel 2022 al 42,5 per cento – un valore comunque più alto di quello registrato nel 2018.

L’abolizione della protezione umanitaria

Anche tra i 19 impegni presi nel capitolo dedicato all’immigrazione ce n’è uno che si può considerare compromesso dalle decisioni del governo.

L’impegno di allineare le attuali forme di protezione «agli standard internazionali» è infatti smentito da una delle novità introdotte dal cosiddetto “decreto Sicurezza”, convertito in legge il 1° dicembre 2018. Questa norma ha cancellato di fatto la protezione umanitaria, sostituendola con permessi “speciali” della durata di un anno.

Il governo ha giustificato questa misura dicendo che, in questo modo, l’Italia si è adeguata «alla disciplina dei permessi di soggiorno degli altri Paesi europei», ma in realtà non è così. In Europa, infatti, sono 25 i Paesi che prevedono la concessione della protezione umanitaria, di cui 21 sono membri dell’Unione Europea.

Promesse mantenute in parte 

Dalla sanità alla Tav, quando il governo ha ancora molto da fare

Pochi minuti dopo l’insediamento del governo Conte, il  ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato che l’esecutivo sarebbe durato «almeno dieci anni».

Durante i mesi successivi, il leader della Lega e il suo alleato Luigi Di Maio hanno più volte ripetuto che la maggioranza sarebbe arrivata a fine legislatura, portando a termine tutti gli obiettivi presi in campagna elettorale.

Come abbiamo visto, nessuna di queste cose è accaduta. Dei 317 impegni presi, 103 risultavano essere stati in parte realizzati al momento della caduta del Governo: alcuni passi avanti a riguardo erano quindi stati fatti, ma i traguardi prefissati non erano ancora stati raggiunti.

Sanità e ambiente: lavori in corso

Il capitolo dedicato alla sanità contiene numerose promesse realizzate in parte: ben sette su dieci. Il dicastero all’epoca guidato da Giulia Grillo (M5s) aveva adottato una serie di misure per ridurre le spese sanitarie, rivedere la governance farmaceutica, ridurre i tempi d’attesa ospedalieri e informatizzare il sistema sanitario nazionale. Ma in questo ambito i primi passi non hanno davvero portato a realizzazione tutti gli impegni.

Discorso analogo vale per le tematiche ambientali: anche in questo caso, fra gli impegni volti a contrastare l’inquinamento ambientale e il riscaldamento globale e quelli mirati a incentivare le energie rinnovabili, molti erano soltanto agli inizi al momento della caduta del governo.

Per esempio, il 27 febbraio 2019 è stato presentato “ProtteggItalia”, il piano nazionale contro il dissesto idrogeologico, per la messa in sicurezza del territorio e per opere di prevenzione del rischio. In totale, gli stanziamenti messi a sistema per il triennio 2019-2021 sono stati 10,8 miliardi di euro (di cui 3 miliardi già disponibili per opere cantierabili) che potranno essere utilizzati per finanziare interventi infrastrutturali in tutto il Paese.

Inoltre, sette promesse su 15 nel capitolo sulla Disabilità hanno visto i primi risultati concreti, ma non definitivi per considerare gli impegni mantenuti.

La Tav

Un ambito in cui la maggioranza aveva iniziato ad agire, senza però mantenere davvero quanto scritto nel Contratto, è poi quello della tanto discussa Tav. Per quanto riguarda l’asse ferroviario Torino-Lione, il Contratto di governo prometteva la ridiscussione integrale del progetto. 

L’analisi costi-benefici dell’opera, pubblicata il 12 febbraio 2019 dalla commissione incaricata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha espresso parere negativo nei confronti della Tav: la Torino-Lione avrebbe costi per lo Stato e la collettività superiori ai benefici.

A inizio marzo 2019, l’esecutivo a guida Lega-M5s ha comunque preso ancora tempo sulla realizzazione effettiva dell’opera, per ridiscuterne i termini con la Francia, ma dando seguito alla pubblicazione dei bandi di gara (con un valore di circa 2,3 miliardi di euro) per la realizzazione del tunnel di base.

Un passo rilevante riguardo la Tav (e il destino dello stesso governo Conte I) è poi stato fatto il 7 agosto 2019, quando in Senato è stata votata una mozione (presentata dal Partito Democratico) a favore della Tav, per la quale la Lega si è espressa positivamente, mentre il M5s (da sempre contrario alla Tav) negativamente. Nonostante i voti contrari dei 5 stelle, la mozione è stata approvata con la maggioranza dei voti.

Promesse mantenute 

Dal reddito di cittadinanza a “quota 100”, quando il governo è stato di parola

In totale, governo e maggioranza parlamentare hanno mantenuto 42 promesse su 317, circa il 13 per cento. Vediamo quali sono i successi che possono rivendicare Lega e M5s.

Le due misure di bandiera

I due risultati più significativi sono stati il reddito di cittadinanza e “quota 100”. Entrambi finanziati con la legge di Bilancio per il 2019, questi provvedimenti sono stati poi inseriti nel cosiddetto “decretone” – approvato a inizio 2019 e convertito in legge a fine marzo 2019 – che, tra le altre cose, stabilisce i dettagli sul funzionamento di queste due misure.

A fine agosto 2019, centinaia di migliaia tra cittadini italiani e stranieri potevano così accedere al cosiddetto “reddito di cittadinanza”: un beneficio economico compreso tra i 480 e i 9.360 euro annui e che sarebbe più corretto considerare un sussidio di disoccupazione. Il provvedimento prevede infatti un meccanismo per garantire l’inserimento del beneficiario nel mondo del lavoro, grazie al potenziamento dei centri per l’impiego.

Veniamo a “quota 100”, una modifica dei requisiti per andare in pensione. Tra il 2019 e il 2021, in via sperimentale, chi ha maturato 62 anni di età e 38 di contributi (la cui somma è appunto 100) potrà andare in pensione anticipata, rispetto ai limiti stabiliti dalla legge Fornero. Questa misura è stata finanziata  dalla legge di Bilancio con circa 2o miliardi di euro per il prossimo triennio.

Gli altri “successi”

Anche la cosiddetta “pace fiscale” – accusata dai critici di essere un vero e proprio condono – è stata in qualche modo mantenuta, dopo un lungo dibattito all’interno della maggioranza.

Tra le altre cose, le nuove norme contenute nel cosiddetto “decreto Fiscale” – approvato a dicembre 2018 – prevedono infatti l’introduzione del “saldo e stralcio”, ossia la possibilità di rottamare le cartelle esattoriali pagando allo Stato una percentuale del dovuto in base al reddito della dichiarazione Isee; e la rottamazione ter, ossia il pagamento in due rate annuali dei debiti accumulati con il fisco dal 2000, con tassi di interesse agevolati, senza interessi di mora e sanzioni.  

Discorso analogo vale per un’altra promessa, la correzione della tassazione extra sulle sigarette elettroniche. Nello specifico: grazie al nuovo governo, si è passati da una tassazione unica al consumo del 50 per cento a una differenziata del 10 per cento per i liquidi con la nicotina e del 5 per quelli privi di questa sostanza. Una riduzione quindi rispettivamente dell’80 e del 90 per cento.

Sul fronte del mondo del lavoro sono stati invece reintrodotti i voucher con il cosiddetto “decreto Dignità”, come scritto nel Contratto, mentre sul fronte della giustizia, tra le altre cose, è stato rivisto il rito abbreviato, in modo da escludere da esso i reati che prevedono la pena dell’ergastolo. Un’altra misura che era nel Contratto.

Il 28 marzo 2019, il Parlamento ha poi definitivamente approvato la proposta di legge per riformare la legittima difesa. In sostanza, il nuovo provvedimento modifica alcune disposizioni contenute nel codice penale, in particolare quella sulla «legittima difesa domiciliare» e quella sull’«eccesso colposo».

Il “codice etico”

Il primo capitolo del Contratto, dedicato al funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari, vanta un’alta percentuale di promesse mantenute. In particolare, fra le sette promesse raccolte sotto questo argomento, ben quattro, tutte e quattro mantenute, riguardavano il cosiddetto “codice etico per i membri del governo”.

A fine maggio 2019 infatti, a un anno dall’insediamento dell’esecutivo Conte nessun ministro o sottosegretario riportava «condanne penali per reati dolosi previsti dalla legge Severino», era sotto processo per «reati gravi (ad esempio mafia, corruzione e concussione)», apparteneva alla massoneria o si trovava in conflitto di interessi «con la materia oggetto di delega».

La maggioranza ha dovuto però affrontare almeno due casi che hanno messo a rischio il mantenimento della promessa.

Da un lato, la ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha spostato di ruolo il marito, un ufficiale dell’esercito che ricopriva l’incarico di ufficiale addetto alla segreteria del vicedirettore nazionale degli armamenti e che dunque avrebbe potuto influenzare anche le pratiche relative ad appalti e acquisti.

Dall’altro lato, a maggio 2019, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rimosso dal suo incarico di sottosegretario Armando Siri (Lega), indagato per corruzione.

Infine, proprio metà delle promesse legate alla lotta alla corruzione (quattro su otto) sono state mantenute, tra cui l’introduzione del «“Daspo” per i corrotti e corruttori», ossia l’interdizione dai pubblici uffici a chi è stato condannato per corruzione.

Il Conte I non supera la prova dei fatti

Il governo a guida Lega-M5s ha sempre posto l’accento su ciò che lo rendeva diverso dagli esecutivi che l’avevano preceduto: un governo per il popolo, vicino ai bisogni delle persone “reali”; o ancora un governo guidato dal “buonsenso” e dunque più capace di mantenere le promesse fatte agli elettori.

Ma, al momento della sua caduta dopo più di un anno, il Conte I non aveva mantenuto la maggior parte degli impegni presi – primo fra tutti quello di portare l’esecutivo fino a fine legislatura.

L’esecutivo Conte I per più di un anno ha evocato e sfruttato il concetto del Contratto di Governo per sottolineare l’intenzione di tenere fede agli impegni presi e l’affidabilità che avrebbe dovuto contraddistinguerlo e renderlo diverso da tutti i precedenti governi. Alla prova dei fatti, il Conte I è crollato per divergenze interne alla maggioranza e lasciando incompiuta gran parte dei propri ambiziosi progetti.

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¹ Provvedimenti per l’introduzione del salario minimo sono stati portati avanti dal successivo esecutivo, il Conte II, e la promessa rientra oggi nella categoria “In corso” nella sezione di Traccia il Governo ad esso dedicata.

² Il taglio dei parlamentari è stato calendarizzato dal successivo esecutivo, il Conte II, e rientra perciò nella categoria “Promesse mantenute” nella sezione di Traccia il Governo ad esso dedicata.

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